Monte Bianco, agosto 2018

di Danny Caron

Il 3 agosto, durante una calda giornata, bazzicavo con Cesare tra la Val Scaradra e la Valle di Garzora. Più precisamente eravamo di ritorno dal Plattenberg, Cima di 3’041 metri situata tra il Torrone di Garzora e il Pizzo Cassinello. Partiti da Garzott verso le 06:30 ci dirigiamo verso il rifugio Scaradra a quota 2’173 metri. Da qui saliamo sul pendio, posto a nord del rifugio, fino a percorrere un canalino erboso che ci porta all’interno dell’anfiteatro creatosi tra il Plattenberg e il Vernokhörner a circa 2’600 metri. Risaliamo in direzione sud-est su terreno detritico rimanendo sotto la cresta a ovest della cima. Dopo alcuni tratti ghiacciati dove dobbiamo fare uso delle mani raggiungiamo la bocchetta posta a 2’982 metri. Da qui, in breve tempo, raggiungiamo la Cima. Dopo aver assaporato il momento intraprendiamo la via del ritorno scendendo a est del Torno quando, all’altezza di Garzora, mi chiama Ronnie. Dopo le chiacchiere di rito mi proporne una salita con lui e suo padre Giorgio.
Si tratta del Monte Bianco salendo per la via normale Italiana. Dubbioso in un primo momento, nei giorni successivi decido di confermare la mia presenza, d’altronde è uno dei sogni nel cassetto. Il programma prevede partenza in macchina il 15 agosto con arrivo ed avvicinamento al rifugio Gonnella, salita sulla cima il 16 e discesa dalla capanna nella giornata del 17.
Io e Ronnie non ci conosciamo molto al di fuori dell’arrampicata o il bouldering, passioni che ci accomunano. Così, al fine di vedere se l’alchimia funziona l’11 agosto percorriamo i 10-3000 della Valle Malvaglia insieme…ma questa è un’altra storia.

Finalmente arriva ferragosto. Alle 04:45 sono a Biasca in attesa degli altri due: Ronnie e suo padre Giorgio. Il viaggio verso Courmayeur risulta velocissimo! Circa 300km in 3 ore. Beviamo un veloce caffè in paese e ci dirigiamo verso il parcheggio nella Val Veny. Raggiunta la sbarra lasciamo l’auto e ci incamminiamo lungo la strada colma di turisti che si dirigono verso la Cabane du Combal. Giunti in zona rifugio imbocchiamo il sentiero (roccioso nei primi quattro km) che conduce sul lunghissimo Glacier du Miage in direzione del rifugio Gonnella.

Il percorso, ad eccezione della prima parte sulla morena, non è molto definito e dobbiamo scavalcare buchi, crepacci e rocce smosse. Dopo circa 3 ore raggiungiamo la parte alta del ghiacciaio dove scendono le diramazioni del Glacier du Mont Blanc, del Glacier du Dome e del Glacier de Bonassay a quota 2’500 metri. All’improvviso un grande boato ci fa saltare per aria. Una frana scende da un canalino a circa duecento metri da noi arrivando a cinquanta metri dalla traccia di salita. Nella nebbia formatasi dal crollo procediamo mantenendo la destra del ghiacciaio fino all’imbocco del ripido sentiero che porta al rifugio. La successiva tratta concentra tutto il dislivello per arrivare ai 3’072 metri del rifugio. Il percorso a tratti è esposto, ma attrezzato con scalette e corde fisse.

Dopo cinque ore abbondanti arriviamo al rifugio. Ci aspetta un po’ di riposo, cena alle 18:30 e colazione a mezzanotte. L’obiettivo comune è quello di dormire il più possibile.
Durante la cena eravamo al tavolo con due ragazzi di Roma, tornati quel giorno dalla cima, ed un tipo del Trentino. Dopo aver chiesto un po’ di informazioni ai due risultiamo un po’ scettici sul giorno seguente in quanto, a detta loro, l’ascensione risultava piuttosto complicata soprattutto nella parte di discesa a causa del caldo, della pendenza della cresta, dello scioglimento del ghiaccio che faceva muovere le rocce in cresta e dei numerosi ponti di neve che cedevano. Vedevamo quei due alpinisti stravolti con una sana invidia. Loro erano lì in capanna esausti, ma con la certezza di aver portato a termine quello per cui erano lì. Il loro più grande sforzo dopo quella giornata sarebbe stato quello di arrampicarsi sul piano superiore del letto a castello.

il ghiacciaio che avremmo risalito la notte seguente

Suona la sveglia. Ho dormito poco e male continuando a pensare al giorno che ci aspettava. Facciamo colazione rapidamente e attorno alle 00:40 siamo incordati e con i ramponi ai piedi pronti a partire. Siamo tra i primi, davanti a noi solo il signore di Trento di cui ci fidiamo a seguirne le orme per scorgere la traccia nel buio. Poche ore prima, durante la cena, ci ha detto che era stato lì un mese prima e conosceva bene la traccia di salita. Saliamo per circa due ore e venti aggirando grandi crepacci e seraccate. La notte nasconde l’ambiente in cui ti trovi. Questo ti permette di concentrarti sulle tue energie e di camminare a testa bassa come un mulo, ma sfortunatamente il buio nasconde anche delle insidie.
Arriviamo in cima al ghiacciaio sotto il Col de Bionnassay. A questo punto abbiamo oramai raggiunto il trentino. Sale convinto un grande pendio e noi lo seguiamo. Arrivati ai piedi della cresta rocciosa qualcosa non quadra. L’uscita sembra più complicata di quanto dovrebbe essere. Guardo rapidamente il GPS sul telefono e mi accorgo che siamo circa duecento metri più a ovest rispetto al punto di uscita. Dopo un attimo di imprecazioni decidiamo di fare la traversa verso est per raggiungere l’uscita. Il trentino, Diego, ha con sé una corda da cinquanta metri. Mandiamo lui davanti dandogli tre o quattro viti da ghiaccio per proteggere la traversata. Giorgio lo assicura mentre io, ultimo di cordata, faccio una sosta con due viti per assicurare me e Ronnie mentre attendiamo. Finiamo la “benedetta” traversa perdendo mezz’ora di tempo. Le altre cordate ci hanno oramai raggiunto. Appena usciti dal ghiacciaio giungiamo sulla cresta rocciosa. Diego piega la corda e torna libero in solitaria. Dopo circa quindici minuti vediamo che è rimasto indietro di un bel tratto rispetto a noi.
Finalmente sul giusto tratto di salita raggiungiamo le Piton des Italiens 4’002 metri; prima cima sul nostro percorso. Qui la luce comincia a dar forma ai rilievi. Il panorama intorno a noi è magnifico, indescrivibile. L’ambiente si tinge di viola e arancione, classici colori dominanti all’alba. In lontananza si vedono le luci delle pile, che lentamente salgono per la via normale Francese.

Da qui in poi si cammina sulla cresta nevosa. Nella prima parte risulta molto affilata e con un crepaccio a metà, dopodiché comincia ad aumentare la pendenza fino a raggiungere i 45 gradi. Dopo quaranta minuti raggiungiamo la seconda cima, il Dome de Gouter a 4’304 metri. Cominciamo a notare la stanchezza ma quello che abbiamo davanti ai nostri occhi ci dà la forza di procedere!

“Pointe Noire de Pormenaz” vista dal Dôme

Dopo il Dome de Gouter la via si incrocia con la via normale che sale dalla Francia, più precisamente dal rifugio delle Aiguille du Gouter situato a 3’817 metri. La maggior parte delle persone sceglie la via Francese perché risulta molto più breve e con molto meno dislivello. Infatti, con circa quattro ore di salita a buon passo si è sul tetto delle alpi. Da qui in avanti il Bianco sembra un bellissimo pandoro su cui corre una lunga colonna di formiche dirette alla cima.
Sono passate circa sei ore da quando siamo partiti e mancano circa cinquecento metri di dislivello. Anche se abbiamo perso tempo nella parte sotto siamo perfettamente in orario per la cima.
Tra il Dome de Gouter e il Monte Bianco c’è un bivacco d’emergenza costituito da due baracche prefabbricate. La puzza di piscio e il gran numero di gente ci spinge a tirare dritto. Il guardiano del rifugio Gonnella successivamente ci ha fatto vedere le foto dello schifo al suo interno. Fortunatamente non ci siamo entrati né in discesa né in salita.

L’ultima tratta risulta lunga e noiosa, in parte a causa delle persone che si fermano continuamente durante l’ascensione e un po’ per gli scambi da effettuare sulla cresta con le persone che scendono.

Dopo otto ore e cinquanta, alle 09:10 siamo in cima al Monte Bianco, 4’810 metri!

Scendere, in questi casi, risulta più complesso di salire; complici la stanchezza, la neve molle e l’inizio di perdita di concentrazione. Alle 09:50 ci avviamo per la discesa. Anche se sembra essere prestissimo, in realtà siamo appena in orario in quanto la discesa durerà ancora sei orette.
Malgrado tutto il ritorno in capanna risulta veloce e scorrevole. Passiamo senza problemi Les Piton des Italiens e le roccette, come le chiamavano i due romagnoli.
L’unico punto dove perdiamo un po’ di tempo è la calata dalla cresta rocciosa che porta al pendio sommitale del ghiacciaio, dove durante la notte abbiamo sbagliato strada. Facciamo una prima calata di quindici metri superando il piccolo strapiombo. La calata ci porta direttamente sul nevaio, sotto di noi la crepaccia terminale coperta da un ponte di neve. Decidiamo di fare un’altra calata in doppia così da superarla e poterci incordare lunghi per procedere sul fessurato ghiacciaio. Faccio una goccia nel ghiaccio con la piccozza. Posiziono la corda al suo interno e mi calo per primo. Dopo di me mi raggiungo Ronnie e poi Giorgio. Superata la difficoltà ci incordiamo e procediamo verso la capanna.
Scendendo dalle seraccate finalmente riusciamo a dare le proporzioni a dove siamo passati nella notte. Grandi pendii e grossi seracchi ci hanno accompagnato durante la salita.
Alle 15:50 siamo in capanna felici di aver portato a termine l’ascensione. Quasi non ci crediamo, ma per il momento desideriamo solo bere qualcosa, sistemarci, cenare e andarcene a letto.
Circa un’ora e mezza dopo di noi arriva una coppia di Sloveni che mi dicono di aver rischiato la pelle nella zona dove noi abbiamo fatto le doppie. Lei è scivolata trenta metri sopra la crepaccia terminale. Nella caduta ha puntato i ramponi facendo un salto mortale in avanti e fermandosi come una freccetta su un bersaglio. Lui colto dallo strappo è scivolato e dopo qualche metro fortunatamente è riuscito a fermarsi, frenando con la piccozza, evitando di finire nel crepaccio. Mi confida che effettivamente per loro quel giro era troppo impegnativo, anche se effettivamente la cima l’avevano messa in tasca comunque. Verso le 18:00 arriva anche Diego, il trentino che involontariamente ci ha portati fuori strada.
Passo la serata chiacchierando con Ronnie e alle 22:00, finalmente, la nostra giornata si conclude.
Inaspettatamente il giorno seguente, contrariamente alle previsioni, è bello. Durante la discesa prendiamo qualche goccia solo nella parte in fondo al ghiacciaio roccioso. Finalmente verso le 12.30 arrivammo al punto di partenza. Con lo sguardo verso casa, ma con il cuore ancora un po’ in vetta, ci avviammo verso il Ticino, dove termina la nostra bellissima avventura.

Soccorritori appesi a un filo

Intervista a Filippo Genucchi, coordinatore degli specialisti del Soccorso alpino a disposizione della Rega.

archivio Rega

Dall’intervento in parete per recuperare un alpinista all’atterraggio sopra la valanga. A vegliare sulla sicurezza di team e paziente ci sono i volontari specialisti in elicottero.
‘Il Leitmotiv degli incidenti? La tendenza a sopravvalutarsi’.
di Chiara Scapozza – LaRegione, 29 luglio 2019

«Spesso quando ti chiamano sei il primo che scende: oltre a mettere in sicurezza il paziente diventi anche gli occhi del medico». Medico che qualche decina di metri più sopra, nell’elicottero della Rega, attende informazioni sullo stato di salute di chi ha allarmato i soccorsi. Il compito di garantire a tutti la sicurezza in interventi su terreni e in zone impervi spetta ai ‘soccorritori specialisti elicottero’ (Sse), ossia soccorritori del Soccorso alpino svizzero che, a titolo volontario, sono messi a disposizione della Guardia aerea svizzera. In Ticino sono dieci uomini, suddivisi regionalmente in due gruppi, coordinati da Filippo Genucchi. Vengono chiamati una cinquantina di volte sull’arco di un anno.
In media una volta la settimana l’elicottero rosso e bianco decolla da Magadino e, prima di raggiungere il paziente, fa tappa là dove il soccorritore si fa trovare, munito del materiale necessario.
«Il nostro compito principale è di evitare che accada un altro incidente – spiega Genucchi –. Ciò vale sia per il paziente che, ad esempio, non è più in grado di avanzare su una parete rocciosa, sia per le persone che si trovano con lui e che, magari in preda al panico, non sono più in grado di muoversi in sicurezza.
Sta a noi valutare se anche loro devono essere evacuate con l’elicottero o anche più semplicemente accompagnate a valle. L’apprezzamento sulla situazione compete a noi. Altre volte capita che siamo sollecitati per dare un colpo di mano al medico. Il responsabile dell’operazione è sempre il pilota, ma poi a dipendenza del momento il ‘lead’ dell’intervento lo prende qualcun altro».

A parte il momento di ‘briefing’ sull’accaduto durante il volo, il lavoro del soccorritore è essere appeso al verricello, con un cavo che raggiunge i 90 metri. Un problema?
Diciamo che per noi i problemi iniziano quando stacchiamo l’argano o, più in generale, quando siamo fuori dall’elicottero. Lì devi esser certo di aver assicurato tutti, te compreso.

Quali sono le difficoltà?
Oltre a quelle ambientali direi il fatto di trovarsi catapultato dal divano di casa al cono valangario o in un terreno scosceso nel giro di pochissimo tempo, alle prese con valutazioni a volte molto complesse.

Vi è poi l’aspetto interpersonale ed emozionale, considerato che vi capita di arrivare dal paziente per primi….
Sì, ma sei talmente impegnato in quello che stai facendo che riesci a mantenere una certa distanza. O quanto meno questo è quanto capita a me. Diciamo che non percepisco di subire dei ‘traumi’, o almeno non me ne accorgo. Certamente sono momenti molto intensi. E in caso di incidenti mortali, magari con coinvolti giovani, è assurdo constatare come talvolta all’origine dei fatti vi è una semplice banalità. Persone ottimamente preparate che cedono alla stanchezza e all’ultima discesa con gli sci optano per una scorciatoia… C’è chi spesso e volentieri commenta con il tipico ‘è andato a cercarsela’. Io invece non ci credo, e lo dico in base alla mia esperienza. Chi la sta facendo è convinto che quella sia la cosa più giusta da fare.

Non c’è soltanto il protagonista di un incidente grave di cui occuparsi.
Quando sei alle prese con la tecnica leggi la materia, che sia la neve o la roccia. Quando invece hai a che fare con le persone devi gestirle, col pugno di ferro o di velluto, a dipendenza delle situazioni. C’è chi ad esempio, visibilmente scosso da quanto successo al compagno di cordata o di raccolta funghi, si rifiuta di venire evacuato in elicottero.

Quali sono le competenze che un soccorritore Sse deve avere?
Al di là dell’aspetto caratteriale di cui ho appena detto, certamente buone conoscenze tecniche e del territorio. Aspetto, quest’ultimo, che diventa determinante in inverno. Gli interventi sulla neve richiedono competenze approfondite e per provare ad avere buone chance devi essere in sintonia con l’ambiente che ti circonda. Sta a noi ad esempio capire se l’elicottero può atterrare su una valanga e si possono svolgere le operazioni di soccorso senza che nel bel mezzo te ne arrivi addosso una seconda. Tragedie che alle squadre della Rega, purtroppo, sono già successe.
Non solo in inverno comunque è chiaro che devi essere in grado di fare una valutazione accurata del luogo e, in intervento, risolvere eventuali imprevisti con il poco materiale che hai a disposizione. Il più delle volte sei da solo col tuo sacco. Devi avere un certo mestiere.

Mestiere che si apprende in anni di frequentazione della montagna e si affina, per i soccorritori specialisti elicottero, grazie a una formazione specifica finanziata dal Soccorso alpino svizzero. Con gli occhi dello specialista, quali consigli si sente di dare a chi si avventura sui pendii ticinesi?
In generale il ‘leitmotiv’ degli incidenti trovo sia la tendenza a sopravvalutarsi e a non avere davvero il ‘focus’ su cosa si sta facendo. A mantenere un atteggiamento difensivo di solito non si sbaglia.

Sentiero Pian Geirètt – Capanna Scaletta di nuovo agibile

In merito all’avviso di lunedì 12 agosto, siamo lieti di potervi confermare che la situazione di forte disagio in zona Pian Geirètt, è rientrata.
L’enorme quantitativo d’acqua presente un po’ ovunque sul piano è già defluita e si può ripercorrere il sentiero verso la Capanna Scaletta in maniera piuttosto intuitiva anche se, qua e là, vi sono ancora delle pozze d’acqua.

Buone escursioni!

Programma per il 1. agosto nelle Capanne della SAT Lucomagno

Jean Renggli der Ältere – Il giuramento del Grutli (Rütli), 1891

La SAT Lucomagno invita tutti a trascorrere la festa del 1. agosto nelle proprie capanne!

La Capanna Scaletta (2’205 m s/m) è raggiungibile dopo una salita a piedi di circa 1h partendo da Pian Geirètt e vi attende per l’occasione con i suoi “gnocchi fantasia”, le zuppe del giorno, i salumi e i formaggi bleniesi. Una ghiotta occasione per passare la giornata all’aria fresca della Greina.

La Capanna Dötra (1’750 m s/m) la si può raggiungere da Acquacalda e da Camperio dopo una camminata di 1h30’ oppure con l’auto da Piera. Oltre all’aperitivo offerto sarà l’occasione per gustare un buon piatto di spezzatino con polenta al prezzo di 20.- CHF.
Sarà possibile apprezzare anche salumi e formaggi nostrani ammirando il panorama che va dal massiccio del Simano, all’Adula, alla Töira.

Nella speranza di accogliervi numerosi, tutti sono i benvenuti!

Campagna di sensibilizzazione “Montagne sicure”

guarda l’intervento di Enea Solari su Teleticino

Grazie alle sue straordinarie ricchezze naturali e ai paesaggi suggestivi, la montagna in Ticino è da sempre meta prediletta di giovani e adulti (residenti e turisti) in ogni periodo dell’anno. Tuttavia dietro il richiamo di questi splendidi luoghi possono celarsi pericoli, che a volte portano a risvolti anche gravi.
La campagna di prevenzione “Montagne sicure” ha lo scopo di sensibilizzare coloro che, indipendentemente dalla stagione, trascorrono il loro tempo libero o praticano delle attività in montagna.

Consulta il sito cantonale di Montagne sicure e scarica la versione estiva del flyer informativo per affrontare la montagna con più consapevolezza.

I dieci 3’000 della Valle Malvaglia

di Danny Caron

Finalmente, dopo aver messo l’idea in programma da diverso tempo, trovo qualcuno che mi accompagna per affrontare il concatenamento delle dieci cime sopra i 3000 metri della Valle Malvaglia. Cime che fanno da confine tra Ticino e Grigioni. In realtà le vette, tralasciando l’Adula, sono nove. Il Piz de Stabi 3136m, sebbene fuori dalla linea di confine, è di passaggio e sarebbe dunque un vero peccato non salirci.
Io e Ronnie ci troviamo alle 02:30 a Malvaglia, saliamo fino a Fontané dove lasciamo la prima auto e saliamo parcheggiando la seconda a Cusiè. Ci incamminiamo verso le 03:10. Il cielo è stellato e ci sono circa 15°C.Condizioni perfette per camminare!

Raggiungiamo l’alpe di Quarnei in circa 45 minuti, imboccando, tra le mucche, il sentiero che porta al laghetto dei Cadabi. Appena sopra la cascata a quota 2400 metri attraversiamo il riale puntando verso est in direzione del Cengio dei Cadabi 2468m. Da qui in poi saliamo le Gane dei Cadabi immersi nella nebbia prestando particolare attenzione a mantenere il fiumiciattolo alla nostra destra per orientarci nel buio. A quota 2700m buchiamo lo strato di nebbia e la vista si apre sulla Valle Malvaglia. Raggiunto il Passo dei Cadabi il sole comincia ad illuminare le nuvole verso est. Da questo punto è possibile attaccare la cresta verso nord che porta alla cima dell’Adula percorrendo la “Via dell’amicizia”. Noi proseguiamo verso sud-ovest. Dopo circa tre ore ci troviamo sulla prima cima presente nella nostra tabella di marcia, ovvero la Lògia 3080m. Dopodiché scendiamo lungo la cresta.
Sia la discesa dalla Lògia che la salita al Pizzo Baratin 3037m risultano veloci. Dopo circa mezz’ora, infatti, raggiungiamo quest’ultimo. Il tratto di cresta che porta alla prossima cima, nonché terza tappa del nostro giro, è abbastanza pianeggiante ad eccezione dell’ultimo tratto nel quale bisogna affrontare alcuni facili tratti di arrampicata. Nell’arco di dieci minuti giungiamo al Pizzo Cramorino 3134m.
Abbiamo giusto il tempo per sgranocchiare qualcosa quando presto giunge già il momento di avviarci verso il Vogelberg 3218m. Qui la cresta risulta facile e divertente, al punto che in mezz’oretta ci troviamo in vetta al nostro quarto obiettivo. Altri venticinque minuti sul filo ci portano al Rheinquellhorn 3199m.
Sono circa le 08:00 e abbiamo alle nostre spalle la metà delle cime previste. Da qui in poi le distanze e i tempi tra una vetta e l’altra si allungano. Cominciamo la discesa sulla piacevole cresta che porta al Zapportpass. Dopodiché il percorso diventa pianeggiante fino al Pass de Stabi, dove passati alcuni laghetti, deviamo in direzione est per salire l’unico 3000 “straniero”: Il Piz de Stabi 3135m. Dopo quarantacinque minuti ci ritroviamo a scattare le foto all’ometto grigionese.

La settima cima da affrontare è il Puntone dei Fraciòn 3202m. Per raggiungerlo dobbiamo ripercorrere il tratto fino al passo. Successivamente percorriamo il filo in direzione sud che porta al Puntone dei Fraciòn. In trenta minuti siamo ai piedi della croce per la foto di rito. Dopo aver mangiato, ci avviamo verso la complessa cresta che porta al Passo di Giumello. Quest’ultimo risulta essere il passaggio chiave dell’intero giro: scendere lungo il filo di confine fino a quota 3100 metri. A destra della direzione di discesa proseguire verso la Valle Malvaglia, qui si vede un’evidente torre di roccia dalla forma quadrata, poi abbassarsi fino a quest’ultima e poco prima di averla raggiunta tagliare verso sinistra scendendo per le cengette fino a riprendere la cresta a quota 3040 metri. Questo tratto è particolarmente esposto. È possibile evitarlo ritornando fino al Pass de Stabi, poi scendere con l’aiuto della corda fissa d’acciaio verso est e da ultimo aggirare il Puntone dal lato grigionese per poi ricongiungersi al Passo Giumello. Una volta raggiunto quest’ultimo, ci siamo abbassati sul versante ticinese in modo da evitare le torri che conducono al Puntone della Parete che ci avrebbero fatto perdere diverso tempo, in quanto bisogna legarsi.
Una volta superato il Puntone della Parete, si ritorna in cresta a quota 2924 metri. Da questo punto, dopo un chilometro di filo, giungiamo al Piz Piotta 3121m. Sono trascorse due ore dall’ultima vetta.
La nebbia sale dai Grigioni diradandosi sulla cresta, nei successivi trenta minuti raggiungiamo la penultima vetta: la Cima Rossa 3161m. Sono le 11:50 e ci manca solo l’ultimo traguardo. Per completare al meglio questa giornata un’aquila mostra la sua bellezza volandoci a pochi metri di distanza. Purtroppo, questa rara visione non allevia il nostro dolore alle gambe che, a questo punto del cammino, comincia a farsi sentire.

Intraprendiamo la discesa fino alla Bocchetta di Cima Rossa per poi salire l’ultimo dei dieci pendii. Abbiamo impiegato quasi un’ora per arrivarci. Alle 12:30 la Cima dei Cogn 3062m è finalmente nostra! Dopo nove ore e mezza si conclude così la nostra avventura in cresta. Purtroppo, bisogna ancora affrontare la lunga discesa che conduce a Fontanè passando per l’Alpe di Piotta. Discesa che dura due ore e trenta per un totale di circa dodici ore.


Informazioni utili

  • distanza 27km
  • dislivello positivo totale 3000 metri
  • dislivello negativo totale 3400 metri
  • durata 12 ore
  • eventuale punto d’appoggio: Capanna Quarnei
  • noi abbiamo percorso l’intero giro senza usare corda e imbrago ma per sicurezza li avevamo nel sacco.

Tempistiche e riferimenti

  • 03:10 partenza da Cusié
  • 03:55 Alpe di Quarnei
  • 06:00 Lògia
  • 06:30 Pizzo Baratin
  • 06:50 Pizzo Cramorino
  • 07:20 Vogelberg
  • 08:00 Rheinquellhorn
  • 08:40 Piz de Stabi
  • 09:15 Puntone dei Fraciòn
  • 11:15 Pizz Piotta
  • 11:45 Cima Rossa
  • 12:30 Cima dei Cogn
  • 15:00 Fontanè

Motoslitte fuori dai luoghi consentiti anche in Val di Blenio

Il problema viene confermato dalla sindaca di Blenio. Il presidente Sat Lucomagno Enea Solari: ‘Servono più controlli’

di Samantha Ghisla, LaRegione, articolo del 01.03.2019

Finché nessuno si fa male, nessuno ne parla, o perlomeno non pubblicamente. Ma ciò non significa che il fenomeno non esista. Quanto raccontatoci all’indomani dell’incidente mortale avvenuto domenica sulla cima della montagna sopra Mesocco dalla sindaca di Campodolcino – ovvero di scorribande selvagge con le motoslitte al di fuori dei tracciati consentiti – trova riscontro anche in alta Valle di Blenio. E in particolare nella zona di Dötra e del Lucomagno, particolarmente apprezzate da amanti degli sport invernali ed escursionisti in tutte le stagioni. Come sottolinea la sindaca di Blenio Claudia Boschetti-Straub, il Comune ha rilasciato i permessi per il raggiungimento delle molte cascine e rustici presenti sul territorio, come prevede un apposito Regolamento sulle slitte a motore (risalente al 2008 e attualmente in fase di revisione). Il problema, aggiunge la sindaca, è chi non rispetta la regolamentazione cantonale che al momento prevede che questi mezzi circolino solo su strade innevate e non nei prati o tra i boschi. «È un mezzo importante e utile ma dev’essere utilizzato in conformità con le leggi, alla stregua di qualsiasi altro mezzo di trasporto. Non per andare in giro a scorrazzare fuori zona», avverte la sindaca. Boschetti-Straub riconosce il fenomeno ma aggiunge che il Comune non può intervenire. Al di là della vastità territoriale che non facilita le verifiche – Blenio ha una superficie di 202 chilometri quadrati – le multe vengono comminate dalla Sezione della circolazione su segnalazione della Polizia cantonale o dell’Ufficio caccia e pesca. Stando a nostre informazioni, nelle scorse stagioni invernali sarebbero fioccate parecchie sanzioni. Secondo il presidente della SAT Lucomagno Enea Solari, per arginare il fenomeno potrebbe essere utile inasprire ulteriormente i controlli. «Ci sono persone che si recano in queste zone con motoslitte da svago e s’inoltrano per i boschi creando disturbo dal punto di vista fonico e della fauna – spiega Solari –. Il problema esiste, lo constatiamo di persona e ci viene spesso riportato dagli escursionisti». Se da una parte le forze deputate al controllo spesso hanno altre priorità, rileva il presidente sezionale della SAT, dall’altra risulta in effetti difficile cogliere in flagrante chi non rispetta le regole. Complice il fatto che probabilmente la cerchia di chi commette le infrazioni comunica tramite messaggi sul cellulare i controlli in corso.

‘Un mezzo utile, da non demonizzare’

Al di là alla pericolosità delle scorribande, Solari ritiene che questa pratica particolarmente fastidiosa per chi si vuole godere la natura in tranquillità possa rischiare di far fuggire gli escursionisti da questi monti. Al contempo il presidente della SAT sottolinea la necessità di non demonizzare tale mezzo di trasporto che può risultare particolarmente utile in più ambiti regolamentati, ad esempio per battere i sentieri escursionistici durante l’inverno, per trasportare turisti alla capanna Dötra di proprietà della SAT o come mezzo di soccorso in zone discoste. «La motoslitta non è di principio pericolosa – aggiunge Solari – ma lo è chi la utilizza in modo errato. Di fatto i motoslittari sono un gruppo ristretto e al loro interno c’è una nicchia di persone che non rispetta le regole». Secondo il nostro interlocutore, solitamente si tratta di giovani che si ritrovano in sella a bolidi con cilindrata e motori che non hanno limitazioni e finiscono per emulare filmati su YouTube girati nelle distese del Nord America.

Come detto, non tutti i proprietari di motoslitta si comportano così. Lo ribadisce pure il presidente del Motoslitte club Ticino Fausto Tinetti, che invita a non fare di tutta l’erba un fascio. Il club che raggruppa circa 180 soci si è munito anche di un codice etico e s’impegna a effettuare sensibilizzazione tra i membri, sottolinea Tinetti. «È un mezzo ben integrato e indispensabile per poter frequentare le nostre regioni. Chi investe per riattare delle abitazioni in zone discoste deve potervi accedere anche quando la strada è innevata», aggiunge Tinetti.

Decreto delle zone di tranquillità – Leggi le osservazioni della SAT Lucomagno

© Hansruedi Weyrich – www.weyrichfoto.ch

Nel 2016 il Consiglio di Stato ha istituito il Gruppo di lavoro zone di tranquillità con lo scopo di formulare una proposta di istituzione di zone di quiete per la selvaggina all’interno delle quali i mammiferi e gli uccelli selvatici siano sufficientemente tutelati dal disturbo arrecato dalle attività antropiche ricreative e dal turismo, definendone le norme comportamentali.